La ricerca di Marco Paghera muove da una sicura padronanza dei mezzi tecnici. È una scultura per via di saldare, realizzata col ferro e col fuoco. Prima ancora che comunicare contenuti espressivi o messaggi extrartistici, si direbbe che l'obiettivo basilare sia proprio quello di esplorare le possibilità della materia e della sua manipolazione. In tale prospettiva, non deve perciò stupire la varietà delle soluzioni stilistiche che riscontriamo ponendo a confronto opere come la monumentale "Oltre" e le geometriche "Introspezioni cerebrali". Nel primo caso ci troviamo dinnanzi a una grande figura dinamica, un personaggio tra il futurista e il "post-umano", proiettato in un ardito movimento che tende a tramutarlo in fascio di energia pulsante, eternato nell'istante di una metamorfosi ibridata, intermedia fra il meccanico e l'organico, in cui le membra del corpo si disarticolano in linee-forza, vettori e scie di materia incandescente e mobilissima. Sembrerebbero opposte e antitetiche, nel loro astratto rigore, le sottili scansioni, fondate sul modulo del quadrato, delle composizioni plastiche intitolate "Introspezioni", dove la finalità di Paghera è invece quella di evocare analogicamente le circonvoluzioni del pensiero, emblematizzate in una dialettica spaziale di sporgenze e rientranze di parallelepipedi aggettanti, accostati e interagenti. L'esito aniconico però è soltanto apparente (o perlomeno secondario), giacché il punto di partenza rimane di matrice rappresentativa, pur nell'estrema stilizzazione simbolica del processo formale; e al centro dell'attenzione è sempre l'uomo, colto qui nei suoi lati psicologici. Ma comune, nelle diverse manifestazioni della creatività di Paghera, è soprattutto la sperimentazione sul "medium", e l'idea che la scultura sia un idioma vivo e attuale, entro cui cercare un senso. Il radicale scardinamento degli statuti disciplinari, al quale si è assistito nel corso del xx secolo, ha prodotto una caleidoscopica molteplicità di soluzioni e proposte, insomma una situazione, tuttora perdurante, weberianamente "politeistica", dove mancano non soltanto uno stile epocale e un linguaggio della scultura dato a priori, ma persino un codice e una tecnica condivisi e accettati. La scelta di Marco Paghera, in tale contesto, è ben precisa, e va nella direzione di un impiego di metalli saldati con procedimenti industriali: una pratica - dagli esiti invero assai disparati sotto il profilo formale - che divenne corrente a partire dagli anni Cinquanta, a fianco di altre tendenze come l'assemblaggio, l'environment, l'installazione, l'utilizzo di nuovi ed insoliti materiali. Nell'ambito in cui si è inserito, il giovane artista non rinuncia a una forte plasticità, alla volumetria di masse in dialogo secondo una dinamica di rispondenze e opposizioni. Il piglio è deciso, e non difetta nemmeno l'aspirazione contenutistica, accanto alla mera felicità del creare configurazioni variate e giochi di prospettive illimitate. L'impressione è che Paghera abbia molto da dire: del resto l'impellenza del gesto e il magmatico ribollire della fantasia traspaiono chiaramente dietro le sue opere complesse e cariche di possibili significati. Non è un caso che il lavoro finora più ambizioso (per dimensioni e impegno) si intitoli proprio "Oltre": quasi un invito rivolto a se stesso, nel cercare un continuo superamento di mete sempre intermedie e provvisorie, nella proiezione verso un "assoluto" inattingibile, eppure presente.

 

 

Prof. Paolo Bolpagni

 

Ricercatore universitario in Storia dell'arte contemporanea

Direttore della Collezione Paolo VI - arte contemporanea

Dialettiche del ferro

La scultura di Marco Paghera

Dialectis of iron

Sculpture by Marco Paghera

Marco Paghera’s research is driven by a mastership of technical appliances.

It’s a “by welding” sculpture, made of iron and fire. The main aim, even before than the communication of expressive contents or extra-artistic messages, seems to be the exploration of the possibilities and means of matters and their handling. By this view, it hasn’t to be amazed by the variety of the stylistic ways noticed comparing works such the monumental "Oltre" and the geometric "Introspezioni cerebrali". In the first instance we stand at a large dynamic figure, a character between the futuristic and the post-human shape, throw in a daring movement drifting to turn him into a bundle of pulsating energy, he’s immortalized in the very instant of an hybridized metamorphosis, halfway between the mechanical and the organic, where the limbs are dislocated in main lines, becoming vectors and trails of an incandescent and moving matter. The thin divisions based on a squared form of the plastic compositions entitled Introspezioni, seem in their abstract rigor opposed and antithetical. In that work, the purpose of Paghera is to evoke analogically the convolutions of thought wich are emblematized in a spatial dialectic of made of pro- ritrusions and recesses of projecting, juxtaposing and interacting parallelepiped. The non-iconic result, however, is only apparent (or at least secondary) since the starting  point  still   has   a  representative matrix, even into the extremely symbolic stylization of the formal process, and the man is always in the spotlight, pictured in its psychological sides. It’s very common in all the different manifestations of Paghera’s creativity, the trial about the “medium” and the idea that the sculpture is a lively and current idiom, in which it’s possible to find a meaning. The radical disruption of disciplinary statutes occurred during the twentieth century has produced a kaleidoscopic variety of solutions and proposals, a situation that is still going on, Weberian  ‘polytheistic’, where there aren’t an epochal style and a prior sculpture language neither a code and a technique shared and accepted. Marco Paghera’s choice is, in this framework, very clear and it goes towards the use of metals welded together with industrial processes: a practice -with very disparate results considering the formal profile- that has become current since the fifties, alongside other trends such as: the assembly, the “environment”, the installation, and the usage of new unusual materials.

In the sphere in which he has entered, the young artist doesn’t abdicate about a strong plasticity, the volume of masses in dialogue according to a dynamic of correspondences and oppositions. The attitude is determined and it’s not lacking in the aspiration of content, beside to the mere happiness of creating various configurations and games of unlimited perspective. The impression is that Paghera has got much to say, after all the urgency of the gesture and the magmatic boil of his imagination clearly shine through behind his  complex  and  full of sundry meanings works. It’s not a coincidence that his most ambitious work (for its size and the diligence  in  its  realization)  until  now is called "Oltre". It may be a bid to himself, to keep passing intermediate  and  temporary goals, in the direction of an unattainable, yet present, “absolute”.

 

 

Prof. Paolo Bolpagni

 

Researcher in History of Contemporary Art 

Director of the Paul VI Collection - Contemporary Art

 

La figurazione rievocata nelle sculture di Marco Paghera, pur riferendosi a dettami stilistici di matrice tradizionale, raggiunge una completa e totale modernità espressiva, adottando espedienti formali talvolta anche arditi, che conferiscono ai soggetti una sorta di "Poetica del mistero" che arricchisce la composizione di significati sentimentali e ne vivacizza l'atmosfera di contorno. Seppur giovane di età anagrafica è già ben formato e maturo artisticamente, capace di conseguire risultati eccezionali, di eccellente resa qualitativa e sostanziale.

 

Concepisce l'arte scultorea come uno strumento per veicolare e modulare un racconto, da lui personalizzato e rivisitato, che si distacca dal confronto di paragone con le creazioni appartenenti al secolare passato di arcaica genesi e scaturisce dalla semplicità genuina e immediata del filtro emozionale, che costituisce il pilastro di sostegno delle sue principali fonti d'ispirazione. Il processo creativo, complesso e articolato sul quale si erge lo scheletro portante delle figure elaborate, si indirizza verso un progetto meditato intellettualmente, verso un'idea concettuale, che non si traduce soltanto nell'esigenza fine a se stessa di rappresentazione, ma deriva dallo sferzante pathos emotivo, che funge da motore trainante trasferito nei volumi tridimensionali della materia di lavorazione, scelta sulla base della duttile versatilità a lui più congeniale.

 

L'immaginario di Paghera delinea l'innata propensione verso molteplici campi applicativi e strutturali, dominati da un universo di raffigurazioni protagoniste assolute, che confluiscono dentro uno scenario virtuale. Gli elementi sono assemblati e organizzati per stabilire uno stretto legame relazionale con il contesto circostante, interagendo e integrandosi perfettamente con esso, amalgamandosi e fondendosi in simbiosi, come se ne facessero parte da tempo immemore.

 

Nelle opere sono ravvisabili una serie di situazioni congiunte tra loro per analogia e connotazione simbolica, una doviziosa cura e attenzione per il dettaglio, una precisa e raffinata definizione del particolare, una scrupolosa intenzionalità ideativa. In lui convivono insieme sia il desiderio di superamento della dimensione di informalismo materico puramente astratto, inteso come intento conservativo del recupero dei canoni compositivi più tradizionalisti, sia la volontà di cimentarsi con una gestualità manuale libera e svincolata, di non ancorarsi a rigide procedure e ferrei formalismi predefiniti, che gli consentono la presa di possesso, piena e diretta, delle masse e dei contenuti contemplati, riservando sempre evoluzioni sorprendenti e mai banali.

 

                                                                                                                                   

Dott.ssa Elena Gollini - curatrice d'arte e giornalista 

 

La "Poetica del mistero" di Marco Paghera

Dinamiche percezioni

 

"Il sentir proprie certe condizioni emotivamente attive in un susseguirsi creativamente logico, sostenuto da un rapporto plastico con la materia plasmata e catturata dalla miriade di allusive fughe di pensiero, inducono lo scultore Marco Paghera a sperimentar continuamente se stesso nella reazione intrisa da attimi percettivi e moderate alterazioni plastiche propriamente concrete nel dettato figurativo.

E’ uno scultore Marco Paghera capace di immedesimarsi con estro nelle dinamiche percezioni, consone a definire al meglio la sua struttura scultorea nel trattato plastico conforme alle risultanze estetiche emerse con gaudio da un’innata predisposizione all’introspezione, allo stupore del mondo e alla magia dell’ universale ricordo dei tempi".  

 

 

Cav. Flavio De Gregorio – critico e storico dell’arte

Giardini silenziosi abitano mura tranquille

Azioni progettate, avventure sperimentali al seguito di un’idea guida, le cui “cesure” scandiscono perfette misure di spazi, eco di complessi musivi gloriosi. Tasselli uniti a guisa di mosaici del nostro tempo sui quali aleggia il mistero imprigionato e segretamente nobile di un passato bello e autorevole dove i colori si ispirano a un sogno che è rimasto intatto nei secoli e dove la luce, invadendo improvvisa, in una magia ingannevole di riflessi, fa brillare le superfici o ne viene pacatamente assorbita. Densità parlanti dov’è greve il silenzio nel rigore costruttivo e formale di “feroce” disciplina per progetti di materia, spazio e luce in sintesi assoluta di valori essenziali selezionati dalla precisa realtà esecutiva.

Una morfologia geometrica, schemi logici in associazione, nella tensione di forze contenute in “hard edge” (bordo rigido), dove tra sporgenze e rientranze il supporto sostiene la funzione costruttiva configurandosi come supporto plastico, nella solidarietà tra materiali e colore, plastica ed esterno, o morbidamente corrotte dalla fiamma dove il perimetro, frastagliato e costretto, pare liquefarsi come mobilissimo veleno, determinato dalla volontà di scindersi dalla forma e dileguarsi nello spazio.

Lontano dalla legge del caso, Marco Paghera, qualifica le superfici con composizioni dell’anima realizzate degli stessi elementi con cui gli uomini edificano gli ambienti in cui vivono, in estrema diligenza, con un principio d’ordine e la raffinatezza di un ritmo di memorie che non intendono subire il tempo, ma dominarlo.

Il pensiero diviene forma del presente, nel gesto di un corpo che mai riuscirà a domare il suo incedere “sonnambolico”, il battito celebrante di un discorso liberato nel susseguirsi delle forme divenute racconto di un’eccedenza semantica: come i giovani più prestanti, gli animali più robusti, i beni più preziosi.

Moduli serrati in una zona di ridistribuzione simbolica, sottratta allo scambio con l’esterno, consentono un dialogo ininterrotto tra il corpo e il mondo. Un contributo di valori controllati, nella gestualità intenzionata in risposta alla sempre pericolosa tendenza a dimenticare la simbologia di linguaggi incapaci di comprendere che il rapporto dell’ uomo con lo spazio è sempre un rapporto con materia ed energia. Un gesto riassuntivo dell’impossibilità nella terrena scorza di circoscrivere la propria integrità in un luogo/riparo, avvolgente, che assicuri il corretto legame con il mondo.

Ed è dalla percezione di questa sempre più pressante necessità di rifugio, sia pratico che spirituale, che nascono superfici dense di ricordi quali versi poetici ispirati dalla libertà e dalla generosità dell’anima e dello sguardo. Struttura e colore sono compagne di un’identità, una ricerca estetica di rigore costruttivo e formale di una vita nascosta, della quale intendiamo la voce solitaria e assoluta che ci commuove, ci turba, perché di questo dialogo Marco Paghera è geloso custode. Il suo linguaggio è comunicazione diretta, un incontro profondo che non conosce mediazione perché ha compreso “che qualsiasi grandezza nasce da un’umiliazione che guarda in alto”.

 

 

Dott.ssa Elena Alfonsi - curatrice d'arte

Ciò che si muove dentro

Guardando le opere di Marco Paghera ciò che subito colpisce è la contemporanea sensazione di leggerezza e di forza che esse esprimono. Leggerezza data dall’abilità di trattare i materiali e forza che emanano le forme. Queste griglie squadrate, poste davanti a questa esplosione di materia, sembrano essere il disperato tentativo dell’artista di controllarsi, di capirsi, comprendere le proprie emozioni, dare una forma e, per quanto possibile, spiegare ciò che si muove dentro.

Le opere di Marco Paghera sembrano nascere dalla sua volontà di incasellare, di controllare istinti, impulsi ed emozioni che per loro natura sono invece  dirompenti.

I titoli poi sono esplicativi, evocativi direi: “Mondi sommersi”, “Oceani sopiti”, “Soli come vento nel vento”, “Corruzioni”, “Divenire”, “Sfocate memorie”, “Pulsioni”… tutto sembra richiamare alla memoria i caldi e lenti pomeriggi d’estate della Pianura Padana dove tutto sembra essere sospeso in attesa che un temporale venga a rinfrescare l’aria, rompendo il silenzio di questi lunghi pomeriggi afosi. “Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici.

Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, ed in segreto.

Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente”. Così in “Memorie dal sottosuolo” si esprime Dostoevskij, ma probabilmente tutti avremmo espresso lo stesso concetto, magari, anzi sicuramente, con parole diverse, meno forti, balbettanti, ma in fondo con lo stesso senso di indicibilità di se stessi. Esiste una teoria per cui se vogliamo divenire sempre più consapevoli di noi stessi dobbiamo piano piano rivelare agli altri i nostri lati oscuri per fare spazio alla luce in noi.

Sino a poco fa, io ero uno dei sostenitori di questa teoria, ne parlavo, la presentavo. Ora non sono così convinto della sua validità. Credo che l’oscurità quanto la luce abbiano valore e che il lato oscuro di ciascuno di noi alimenti la luce, anzi sia la scintilla che permette di esplorare e creare. Sempre Dostoevskij nello stesso romanzo dice: “Non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia”.

Come dargli torto, quante psicopatologie si celano dietro eccessi di coscienza, dietro un’ostinata voglia di indagare, di “capire”, quante guerre sono state combattute con l’idea di essere detentori della verità. In realtà camuffano solo una incapacità di sostare nel presente, una incapacità di “accontentarsi”. Incapacità che a ben pensarci è artefice della maggior parte delle scoperte e rivoluzioni che conosciamo, da cui nascono i canti più belli e le opere e le imprese più ardite. Ed è probabilmente lo stesso impulso da cui prendono origine le opere di Marco Paghera.

 

 

Emanuele Ramera - Dir. Ramera Arte Contemporanea

Emozioni umane

Sfidare ciò che non si conosce e confrontarsi con ostacoli sempre maggiori è nella natura umana.

A volte però quello che sfugge alla comprensione è l’uomo stesso. Marco Paghera e la sua “Etica e passioni”, della serie “Introspezioni cerebrali”, mira proprio a delineare la realtà che più di tutto destabilizza e spaventa: le emozioni umane.

Rappresentate come un lembo di fluido velluto rosso imbrigliato in una griglia di alluminio, quest’ultime sono racchiuse all’interno di prigioni cubiche che ne evitano l’inesorabile fuoriuscire dal confine dell’inconscio. Il colore rosso, che l’artista ha scelto di utilizzare, enfatizza la forza delle passioni individuali e rende ancora più evidente la fatica spesa nel tentativo di tenerle rinchiuse. La mente umana è messa a nudo nell’opera di Paghera che la rende vulnerabile ed esposta attraverso l’arte della scultura.

Un labirinto, quello interiore, in cui è facile smarrirsi, dove le sensazioni possono confondere i molteplici percorsi e condurre a vicoli ciechi.

Aurora Bolandin e Flaminia Valentini - Independent art curators of the event “Paratissima XII” 2016.